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Un simpatico racconto di Gianni Aonzo, al secolo Ezaguire, ricostruisce la straordinaria, e del tutto casuale, invenzione culinaria del più famoso condimento ligure in versione spotornina.
La vera storia del pesto

Onde gustare al meglio il sapore di questo famosissimo condimento, vanto assoluto della nostra cucina, l'autore consiglia la lettura prima, durante e dopo i pasti dei seguenti libri:
- Fabulator "A Liguronia verde è il pesto, ma rossa è la bandiera".
-Ceruttus "Buio Pesto. Storia di Spotorno nella notte dei tempi".
- Richgood "Dal Pesto al pistacchio. Ricordi e consigli di un Buongustaio".
Ü Pestu è stato inventato migliaia e migliaia di anni fa dai nostri antenati: i Liguri Pestelli, dapprima conquistati e messi sotto il giogo dai Liguri Raminghi, che senza fissa dimora, vivevano sui rami, ma che ben presto si estinsero, perché nel sonno perdevano l'equilibrio imbelinadosi giù., lasciando così liberi i conquistati.
La tribù dei Pestelli abitava in un villaggio sul mare chiamato Pesturnu, che in antico ligure vuol dire culla del pesto, modificatosi nel tempo in Spalturno e poi Sputurnu.
In italiano si dice 17028 Spotorno.
I Liguri Pestelli si aggiravano pei sciti a raccogliere ü bajeicò, una piantina dalle foglie oleose e profumate dalla quale, miscelata ad altri elementi, pestandola pazientemente coi pollici, ne estraevano il Pesto. Operazione faticosa e con un grande inconveniente: rendeva i pollici dei nostri antenati callosi, deformati, verdi e con doloranti unghie incarnite.
Alla fine, dopo molti secoli, i Liguri Pestelli stufi di aver pollici impresentabili, studia e ristudia, scoprirono che il basilico potevano pestarlo con dei pollici finti, di legno. E fu così che nacque il pestello (in inglese the pestle).
Ma chissà perché, più che un pollice, per quanto primitivo o copiato male, il pestello a guardarlo bene assomigliava a quel gingillo che è prerogativa dei bambocci (molto ambito anche dalle bambocce). Il fatto che poi il pestello venisse infilato drentu ü murtà, con movimenti ritmici in su, in giù e di lato, allarmò i Santi e i Papi Liguri, tanto che Sant'Eugenio, dall'Isola di Bergeggi lanciava anatemi e scomuniche a tutte quelle vergini che avessero preso in mano questo osceno strumento demoniaco, fatto apposta, diceva lui, per risvegliare persino, nelle anime più pie, laidi e lascivi pensieri carnali.
Anche i Papi savonesi Sisto IV e Giulio II, benché ghiotti di Pesto, del quale venivano giornalmente riforniti in Vaticano da corrieri speciali, i Pestiferi, cioè portatori di pesto, ne interdirono, in due encicliche, la preparazione nei conventi femminili, per saecula et saeculorum, amen. L'uso del pestello poteva forse risvegliare pensieri carnali, ma certamente non di gola, visto che il Pesto, perquanto oggi possa sembrare incredibile, a nessuno mai venne in mente di mangiarlo! A quel tempo infatti serviva solo come impasto colorato per mimetizzarsi e difendere Sputurnu dall'invasione dei foresti.
I nostri antenati, särveghi e stündai, mal sopportavano, anzi non sopportavano affatto, la presenza dei forestieri. Di tutti quelli cioè che, a quei tempi, prima dell'invenzione del cemento, degli zolfanelli e delle doppiette, circondavano Sputurnu da a Lijèa a a Pinèa.
Ogni anno, coi mesi caldi, arrivavano le carovane di quegli intrusi di foresti, detti anche bagnanti. Gente sudaticcia e vociferante, che dalle paludi della Padania, dai monti del Piemonte e dai terricci della Terronia, venivano a bagnarsi, come se fosse il loro, in te ü nustru mà. Allora scattava l'operazione miaggia de bajeicò (il muro del basilico). I Liguri Pestelli si spalmavano tutti di Pesto (ecco a cosa serviva ...) e con delle piantine di basilico infilate in bocca, nel naso e nelle orecchie, avvinghiati l'uno all'altro, in vezzosi tableau vivants di composizioni agresti, si mettevano in posa attraverso l'unico sentiero che dai munti passando pe l'autostradda e a stassiun scendeva fino al mare.
Erano così bravi e camuffarsi da sembrare una vera, rigogliosa e invalicabile siepe di basilico in fiore, tanto che i forestieri, convinti che il sentiero finisse lì e che oltre non ci fosse nulla, se ne andavano da qualche altra parte.
Lasciandoci in pace.
Ma un giorno, il più torrido della preistoria, in cui, per il caldo, scomparvero i dinosauri, i nostri antenati se ne stavano al loro posto, tutti ben mimetizzati sotto un sole da sciaccà e prie, tanto che il calore sciolse il Pesto che colò in bocca; il sapore era così buono e appetitoso che, prima di poter gridare: "Belin quantu ü l'è bun", se l'erano già mangiato tutto. E i Liguri, sente desscia, capirono subito che il Pesto era meglio mangiarlo che spalmarselo in faccia e sulle chiappe.
Scoprirono anche quanto fosse più piacevole starsene a casa ad intripparsi de menestrun, gnocchi, trofiette, gasse, trenette, mandilli e piccagiette aü Pestu e poi stravaccarsi sul letto con una bella liguressa ben odorosa di quella salsa verde, anziché travestirsi da basilico sotto il sole.
Ed è anche per questo motivo che ora, non essendoci più nessuno a bloccare il sentiero, a Sputurnu vegnan tütte quelle lingere de tütti i culuri, e ogni esté a va sempre pesü.

Ezaguire


(Nota)
Un amico mi ha fatto pervenire questo testo, dicendomi di averlo scaricato anni fa dalla rete.
Purtroppo nonostante le ricerche effettuate,non sono riuscito a risalire all’autore.
Se per caso ci leggesse, saremmo lieti di metterci in contatto con lui.

 

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