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FOCACCE

Pizze, focacce, farinate: in altre parole i cento, mille modi escogitati dall’uomo per trasformare, migliorare, insaporire il cibo più diffuso del mondo, il pane. Il primo riferimento alla separazione del concetti di pane da quello di focaccia propriamente detta risale, grosso modo, al II secolo a.C. quando la scrupolosa pignoleria di Catone descrive il “libum”, una focaccia sacrificale ottenuta impastando una libbra di farina con due libbre di formaggio fresco e un uovo. L’impasto, schiacciato, era cotto al forno sotto un coperchio di terracotta.
Trattare dunque di quanto esce oggi dai moderni forni industriali e da quelli non meno perfezionati delle cucine casalinghe significa partire da lontano e scoprire, con le origini dell’alimentazione umana, la meravigliosa storia di questa trasformazione.

Nella Roma dei Cesari i ricchi banchettavano con animali interi, ma è pur vero che la stragrande maggioranza dei romani campava con focacce e polente di farro. Nel museo archeologico di Napoli è esposta una statua pompeiana di un “placentario” che vende focacce e, anche se molti hanno creduto di vedere in questa figura il progenitore dei moderni pizzaioli, è qui opportuno ricordare che, oltre alla placenta (progenitrice di molte torte salate) vera e propria, i “placentari” vendevano altre focacce, composte con farro e uva passa, per esempio, o con grano e ceci, ma nessuna di queste è neppure lontanamente paragonabile alla pizza.

Nella storia di questa sorta di “fast food”, Genova e la Liguria tutta, entrano di buon diritto, grazie ad una tradizione e ad una squadra estremamente variegata e gustosa.

La partenza di tutto non può prescindere dallo snack genovese per antonomasia: la focaccia all’olio.

Costanzo Carbone dà di quest’alimento una delle più belle descrizioni che si possono trovare...”...E’ il cibo delle persone sane tanto con la salvia, con la cipolla, con le patate, come “impasta^ in te l’euio” (impastata nell’olio), chi non ha lo stomaco in ordine e non è sereno d’animo non ne sa apprezzare le virtù. Chi si alza all’alba di mezzogiorno non ne troverà più nei negozi, poiché la focaccia è come la rosa vive l’espace d’un matin. Nasce col canto del gallo, sorge all’aurora. La più buona è quella comprata al mattino alle sei e che serve da viatico - fresca, morbida, sapida - per la gita sui monti, “da giasciase in ta monta^” (da masticare salendo) o di ristoro per l’ora della “oxellea” (ucelliera) in attesa del passaggio delle “parisse^ue” (tipi d’uccello).......

Un cibo talmente familiare che era (fine 1500) uso mangiarlo in chiesa, bevendo insieme vino, in occasione di matrimoni, nel momento della benedizione. L’usanza era talmente radicata che Matteo Gambaro, vescovo del contado in quell’epoca, si vide costretto a minacciare di scomunica certi frati se non fosse cessato il costume di cibarsi di quella “frugalia” o “pitanza” che, evidentemente, doveva risultare molto appetitosa visto che i fedeli se la dividevano anche in occasioni più tristi come le funzioni funerarie.

Cibo povero che diventa via via ristoro mattutino, colazione popolare, merenda, pasto extra orario, dimostrando una versatilità senza pari, forse un eccesso di presenzialismo che, a volte, ha moltiplicato i casi di focacce non più all’uso antico vuoi per i forni che sono cambiati, vuoi perché le mode propongono continue variazioni fin troppo fantasiose e trascurano particolari preziosi, come il sale che dovrebbe essere grosso. La fugassa (semplice impasto lievitato di farina, acqua, olio, sale), com’è battezzata a Genova, deve essere alta mediamente due centimetri, croccante, morbida e friabile, mai gommosa, lucida d’olio - molto meglio se extravergine che n’amplifica lo spettro aromatico - ed illuminata dai “brillantini” del sale, cotta nella larga teglia di rame stagnato, alcuni fornai, prima d’infornarla, usano bagnarla con una leggera spruzzata di vino bianco secco che gli conferisce maggiore equilibrio e freschezza. Tutto ciò è molto importante ma non servirebbe a niente se, unitamente, non venisse applicato un processo di lavorazione-lievitazione lento (8/10 ore). Proprio rifacendosi a questa filosofia di lavoro, Slow Food ha istituito, con l’appoggio della Provincia di Genova, il presidio sulla focaccia e, grazie all’impegno d’alcuni forni cittadini, sarà di nuovo possibile assaggiare la Focaccia classica di Genova che affiancherà una più semplice, ma lo stesso buona, focaccia genovese. Sarebbe opportuno mangiarla rovesciata in modo che le papille gustative incontrassero innanzi tutto il sapore ardito del sale, poi quello gentile dell’olio e, infine, quello rassicurante della pasta.


Ma, come sempre accade, da cosa nasce cosa, e la Liguria vanta anche altri tipi di focaccia entrati, per così dire, nella tradizione. La sorella più famosa è certamente la focaccia di Recco che, non è solo un piatto straordinario nella sua semplicità, ma addirittura un mito che ha portato fama e fortuna alla cittadina ligure. Sottilissima, leggermente abbronzata dai calori del forno a legna, sbavante di cremoso latticino imprigionato tra due sottili veli di pasta, tagliata a rombi, velocemente, nella teglia appena uscita dai roventi riverberi del forno. Il formaggio ora usato altro non è che lo stracchino mentre, in passato, aveva la forma di saporite formaggette di latte vaccino (mullan-a) o, ancora prima, la prescinseua ovvero la quagliata. Altre sorelle sono le varie preparazioni che utilizzano la salvia, il rosmarino o le patate da mettere direttamente nell’impasto, mentre, solamente in superficie, si aggiungono formaggio (focaccia arenzanese) o cipolle. Aggiunta, quest’ultima, attribuita in origine alla gelosia delle donne dei marinai, che in tal modo rendevano l’alito sgradevole ai propri consorti nella speranza di far fuggire le belle dei vari porti.


L’altra faccia del “mangiar per strada” ligure è sicuramente la gustosissima farinata; di ceci o di frumento, gialla o bianca, a fainà va mangiata appena uscita dal forno, calda e fumante, perché raffreddata perde tutto il suo sapore. La ricetta base prevede l’utilizzo di farina di ceci, acqua, olio extravergine, sale e pepe che, una volta cotti - rigorosamente nel forno a legna - si trasformano in un piatto ricco di calorie, croccante in superficie senza diventare secco, morbida dentro e sottile di spessore; se la cottura è stata centrata, non si avvertiranno stacchi tra la crosta e lo strato sottostante, né picchi d’untuosità o d’umidità, al contrario la sensazione complessiva sarà d’asciuttezza e sapidità. Era abitudine, una volta, mettere le fette di farinata in mezzo ad un panino, il succulento spuntino scandiva i ritmi del lavoro di camalli e impiegati, nobili e professionisti, bottegai e pelandroni senza distinzione di classi sociali; si poteva gustare fino a tarda ora, meritato premio che sanciva la fine degli straordinari negli scagni dell’angiporto. Scorrendo l’intera regione se ne trovano varie interpretazioni: nella zona d’Oneglia si usa cospargerla, prima d’infornarla, con cipolla cruda tagliata finissima; a Savona - dove si usa molto la farina bianca - si arricchisce con fogliette di rosmarino. Altre versioni possono essere impreziosite dall’aggiunta di carciofi o, toccando l’apice del gusto, da delicati bianchetti.

Clerico vagantes
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