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Pane di Natale, di Sergio Rossi
Ho fatto il pane il giorno 24 dicembre,
vigilia di Natale, perché credo che sia uno
dei gesti che più si addicono a quel momento.
Inoltre, se possibile, regalarlo è ancora più
significativo e gratificante. Certo si deve sentire
tutto questo e, soprattutto, se ne devono cogliere
gli aspetti simbolici. Si riproduce comunque un gesto
che ha rappresentato in se la ricerca e la scoperta
di uno dei modi più diffusi di sfamarsi.
In tempi diversi, in modi diversi,
uomini e soprattutto donne, hanno tentato di produrre
un alimento che è sempre migliorato e che ha
coinvolto gli elementi essenziali della vita: l'acqua,
il sole, il fuoco, l'agricoltura - come lavoro dell'uomo
- e, in qualche modo, anche l'aria, che comunque influenza
il processo di produzione. Si è cominciato
con i metodi più arcaici, quando il pane era
una sottile pasta cotta sulla pietra rovente (forse
anche dal sole), via via si è giunti al lievito
e, purtroppo, alle diverse sostanze chimiche che "aiutano
a far presto e bene", quando "presto e bene"
assumono, a dir poco, un valore relativo.
Ecco, aver fatto il pane, aver usato
nella maggior parte ingredienti locali e sani, aver
acceso il fuoco, aver osservato il pane lievitare
e cuocere lentamente, ed infine averne percepito il
profumo, è stato come compiere un gesto in
uno spazio senza tempo; perché il tempo era
lo stesso di un altro pane, di altre mani, di altri
occhi, di un altro fuoco, di altra farina, di altra
acqua, di altri luoghi, ma con sentimenti probabilmente
simili: la gioia di vedere il pane, il piacere di
sentirne il profumo, la sicurezza di avere cibo per
se e per i propri cari.
Proprio così, nel silenzio
di una stanza, in compagnia del rumore di un fuoco,
ho potuto attraversare il tempo e sentirmi al fianco
di una donna o di un uomo che lo hanno fatto non so
dove ne quando, ma hanno compiuto i miei gesti e,
almeno in parte, hanno vissuto le mie emozioni. Ho
potuto immaginare i loro gesti che erano simili ai
miei, ne ho condiviso le ansie e le gioie, le preoccupazioni
e le certezze, li ho quasi guardati negli occhi. E
se quella donna o quell'uomo avessero compiuto lo
stesso gesto nello stesso giorno di un altro tempo
e magari fossero stati liguri della nostra Montagna,
li avrei visti felici aprire il bancà affondando
la sassoa nella farina. Felici perché l'anno
era stato "da grano o da castagne", il bancà
era ancora pieno ed il Natale sembrava davvero più
bello. Quell'uomo o quella donna che ho avuto al fianco
e con cui ho fatto il pane, hanno regalato anche a
me un Natale più sereno; in fondo ci vuole
poco.
Questi gli ingredienti che ho usato:
Farina di grano tenero tipo "00"
Farina tipo Manitoba (reperibile da un panettiere
o pasticcere altrimenti usare solo "00")
Farina integrale da grano coltivato da Franco Molini
a Casalino di Montoggio e macinato da me
Latte di vacca Bruno Alpina dell'azienda agricola
"Il Pero" di Patrizia, Andrea e Ciccio Guidetti
Olio etra vergine di oliva della cooperativa olivicola
di Arnasco (Savona)
Lievito naturale (crescente)
Lievito di birra
Sale
Per questo tipo di pane ho fatto
una biga (preimpasto di sostegno) con acqua (circa
1 litro) farina bianca e lievito di birra (quasi mezz'etto)
che ho lasciato lievitare (coperta e al caldo) per
un'ora. Quindi ho impastato: latte (litri 1,2), acqua
e sale (litri 1 e un pugno sale), olio extra vergine
d'oliva (litri 0,3), crescente ( gr 300 rimesso qualche
ora prima), lievito di birra (altri 20 grammi), 2-3
pugni di farina integrale, 4-5 pugni di farina manitoba
e il resto farina "00" . Appena l'impasto
ha cominciato ad amalgamarsi, ho unito la biga lievitata
e ho impastato a fondo in modo da rendere uniforme
il composto. Nel frattempo ho controllato la salatura
della pasta assaggiandone un pezzetto e mi sono accorto
che era eccessiva. Ho così aggiunto altro latte
e farina per riequilibrarla. Una volta ottenuta una
pasta morbida ma non appiccicosa, ho coperto l'impasto
con una salvietta e l'ho lasciato riposare per circa
mezz'ora in ambiente a più di 20° (vicino
ad una fonte di calore). Trascorsa la mezz'ora, ho
piegato l'impasto per fargli prendere forza. Piegarlo
significa allargarlo leggermente, ripiegare i due
lembi laterali verso l'interno fino a farli toccare
al centro dell'impasto e quindi piegare ancora in
due nell'altro senso (dal basso in alto). Lasciatolo
riposare ancora mezz'ora ho quindi formato i pani
(nel mio caso pagnotte da gr 700 a gr 1000). A quel
punto ho lasciato lievitare (per un tempo compreso
fra un'ora e mezza e due ore) e quindi infornato ad
una temperatura di circa 180-200°.
Dato che il forno è a legna,
ho dovuto fare attenzione a temperarlo. Per questo,
l' ho portato a temperature più elevate di
quella che desideravo, ho rimosso la brace dall'interno
in modo da lasciare il piano pulito, ho atteso che
lentamente la temperatura scendesse alla gradazione
che mi interessava e quindi ho infornato il pane.
Per fornire un'indicazione di massima posso dire che
pani di peso compreso fra g. 700 e g. 1000 sono rimasti
in forno per circa un'ora - un'ora e mezza.
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